linkedinPx Il caso “FAKE LAB” - Noverim
Il caso “FAKE LAB”

Il caso “FAKE LAB”

Il caso “FAKE LAB”

 Il mondo dei marchi per definizione si pone al centro del dibattito quale portare di problematiche di notevole rilievo, in particolare modo quando va a congiungersi con la fashion industry.

 Uno dei fenomeni che da ormai più di un decennio interessa il grande pubblico, soprattutto quello dei giovani fashionisti, riguarda la rielaborazione in chiave ironica di alcuni noti brand di lusso, quali, per esempio, “Versace” famoso per aver inserito la Medusa (simbolo della maison de mode) all’interno del logo di “Starbucks, o “Armani” autore del mash-up con il logo di “Alitalia, o ancora “Fendi” rappresentato tramite la grafica distintiva del marchio sportivo “Fila”.

 Tale questione, seppur ad un occhio meno attento possa apparire più quale fenomeno di costume che problematica di notevole rilevanza giuridica, non deve trarre in inganno.

 La dottrina e la giurisprudenza, pronunciatesi in merito già dagli albori di suddetto fenomeno si erano poste a favore dei marchi celebri, in quanto tali marchi risultavano protetti non solo da avversi utilizzi confondibili, ma anche contro utilizzi tali da pregiudicare l’immagine del marchio stesso ovvero, far ottenere un indebito vantaggio all’abusivo utilizzatore.

 È corretto, però, ritenere che la parodizzazione di un brand possa configurare il reato di contraffazione del marchio ex artt. 473 e 474 del Codice Penale (“C.P.”)?

 L’art. 473 c.p. afferma che “è contraffattore chiunque, potendo conoscere dell’esistenza del titolo di proprietà industriale, contraffà o altera marchi o segni distintivi di prodotti industriali; integra il reato di contraffazione anche la condotta di chi fa uso di detti prodotti”; mentre l’art. 474 c.p. punisce, parimenti, chi introduce prodotti industriali aventi marchi o altri segni contraffatti o alterati; punisce, inoltre, chi detiene questi prodotti per la vendita o li vende e li immette in circolazione sul mercato.

 La normativa italiana non tutela il marchio soltanto nella previsione del codice penale del reato di contraffazione, bensì delinea nell’art. 20 Codice della proprietà industriale (“C.P.I.”) una serie di tutele che, lette in combinato disposto con i sopracitati articoli del codice penale, consentono all’interprete di affermare che la contraffazione sussiste quando il prodotto è confondibile – dai consumatori – con i prodotti originali.

La tutela del marchio è, altresì, riconosciuta a livello europeo: si legge, difatti, all’art. 27 della Direttiva UE n. 2015/2536, che il semplice uso di un marchio di impresa da parte di terzi, consistenti nell’espressione artistica, può essere esente dall’essere considerato reato se e soltanto se l’utilizzo in questione è conforme alle consuetudini di lealtà commerciale ed industriale.

Dunque, poste tali premesse, potremmo affermare che se l’utilizzo del marchio non sia in grado di confondere il consumatore e se usato coerentemente alle pratiche consuetudinarie in ambito commerciale e industriali, qualora sussista “l’espressione artistica” non sussisterebbero gli elementi per delineare il reato di contraffazione.

Sul punto il caso “Fake lab” - vi ricordate le magliette che spopolavano nel 2018 ironizzando su loghi quali – “Chanel” o “Hermes”? - appare di notevole interesse non solo per la vicenda di per sé ma anche per la decisione presa dalla Suprema Corte di Cassazione.

La vicenda “Fake Lab”, ha avuto inizio dal decreto di sequestro probatorio emesso dal Tribunale di Ravenna avente ad oggetto i capi di abbigliamento posti in vendita a marchio Fake Lab per i reati previsti dagli artt. 473, 474 e 648 c.p.

Il titolare del marchio Fake Lab ha poi presentato richiesta di riesame del decreto, che tuttavia è stata rigettata e quindi ha provveduto a proporre ricorso in Cassazione contro l’ordinanza di rigetto del Tribunale del riesame delle misure cautelari emesse.

Il difensore sosteneva l’illegittimità di tale sequestro per la mancanza del fumus commissi delicti ( “la probabilità di effettiva consumazione del reato”) in ordine alla contraffazione, dal momento che i capi sequestrati non erano oggetto di contraffazione in quanto i marchi ritenuti falsificati, erano stati utilizzati per creare delle immagini originali progettate con finalità parodistiche.

Nella decisione della Cassazione è stato ribadito che per affermare il delitto di cui all’articolo 474 e 473 del Codice Penale, è necessario che il prodotto ritenuto contraffatto sia confondibile con gli originali e sia idoneo a creare confusione nel consumatore: il marchio ha infatti una precisa funzione distintiva funzionale a garantire l’affidamento dei consumatori sull’originalità del prodotto acquistato.

Inoltre, la Corte ha aggiunto che la Direttiva UE 2015/2436 nell’articolo 27 ha chiarito che l’uso di un marchio d’impresa da parte di terzi per fini di espressione artistica dovrebbe essere considerato corretto a condizione di essere al tempo stesso conforme alle consuetudini di lealtà in campo industriale e commerciale.

Alla luce di quanto sopra esposto, la Cassazione ha ritenuto che il riconoscimento della contraffazione non possa rinvenirsi nei casi in cui il marchio sia utilizzato con palesi finalità ironiche e parodistiche, per creazione di prodotti nuovi ed originali, che pur facendo uso del marchio registrato, sono sicuramente inidonee a creare confusione con i beni tutelati, dato che è immediatamente evidente il messaggio parodistico che esclude ogni possibilità di confusione.

Nel caso di specie la Corte ha ritenuto che i capi a marchio “Fake Lab” presentavano una indiscussa originalità e che i marchi e loghi celebri erano stati utilizzati non a fini distintivi e dunque imitativi, ma piuttosto a fini parodistici ovvero artistici e descrittivi. Le riproduzioni ironiche di marchi e loghi noti risulterebbero pertanto inidonei a creare confusione con i prodotti protetti dai marchi tutelati e quindi incompatibili con la contestata contraffazione.

Alla luce di tale considerazione la Corte di Cassazione ha deciso che l’indiscussa originalità dei prodotti non consentiva la conferma del sequestro probatorio.

In conclusione, quindi, la questione parrebbe risolta ritenendo che si possa parlare di contraffazione solo qualora” il prodotto che si assume falsificato sia confondibile con gli originali e sia idoneo a creare confusione nel consumatore” in ragione della propria precisa funzione distintiva, finalizzata a “garantire l’affidamento dei consumatori sull’originalità del prodotto” posto in vendita. 

Voi ne siete sicuri? Ai posteri “l’ardua sentenza” …  (riproduzione riservata)

Camilla Silvestri

19 luglio 2021

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