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La corsa alla flat tax

La corsa alla flat tax

La proposta dell’Istituto Bruno Leoni di un’aliquota unica al 25% per Irpef, Ires, Iva (ordinaria) e imposta sostitutiva sui redditi da attività finanziarie, ha riacceso il dibattito sulla flat tax.
I pareri degli esperti in merito sono contrastanti.
C’è chi dice sì
Secondo chi si schiera a favore della flat tax, la tassa unica renderebbe più trasparente il sistema fiscale. Disporre di un’unica aliquota renderebbe più immediato valutare nel merito gli aumenti o le riduzioni della stessa. Questo contribuirebbe a spingere le forze politiche a responsabilizzarsi, scontrandosi su parametri direttamente comprensibili da parte degli elettori.
Inoltre con un sistema progressivo per scaglioni, come quello attuale, la macchina pubblica chiede maggiori risorse al crescere del reddito. Un sistema progressivo per deduzione, come nella proposta dell’Istituto Bruno Leoni, il meccanismo è semplicemente invertito: al crescere del reddito il contribuente riceve meno servizi e meno risorse dallo Stato, che razionalizzerebbe in questo modo la spesa pubblica. L’obiettivo finale a sostegno di questa proposta è che lo Stato limiti gradualmente la propria presenza nell’economia e nella società, pesando meno sulle risorse prodotte dai privati cittadini.
C’è che dice no
Dall’altro lato abbiamo chi è contrario a questa riforma, ritenendola troppo ambiziosa, poiché non configura solo una rivoluzione della struttura dell’Irpef, ma anche un cambiamento radicale delle politiche del welfare e della tassazione.
Malgrado l’obiettivo condivisibile di modificare l’attuale sistema fiscale nella direzione di una maggiore efficienza ed equità, i difetti principali evidenziati  da chi è contrario alla proposta sono i seguenti:


  1. Caratteristiche di progressività molto limitate. Appena fuori dalla no tax area, per chi ha i redditi più bassi, un’aliquota unica assoggetta ricchi e poveri alla stessa contribuzione proporzionale, eliminando di fatto uno dei principi cardine della costituzione odierna.

  2. Rischio di inapplicabilità elevato. La proposta richiede un grande sforzo in termini di controllo e razionalizzazione della spesa pubblica, cosa che, finora, nessun governo italiano e nessun commissario alla spesa è stato in grado di mettere in pratica.


La soluzione suggerita prevede una seconda aliquota al 35%, applicabile solo al 17% dei contribuenti più abbienti. Una riforma meno radicale, meno rischiosa in termini di bilancio e che limita la necessità dello Stato italiano di ridurre la spesa pubblica.
A conti fatti, tuttavia, analizzando le regole tributarie degli ultimi anni, bisogna ammettere che la corsa alle flat tax è già iniziata. Uno degli esempi più evidenti è rappresentato dalla cedolare secca sulle locazioni abitative, con un’aliquota al 21% sui contratti di mercato libero (4+4) e del 10% su quelli a canone concordato (3+2) per studenti universitari o transitori. L’imposta sostitutiva dell’Irpef è, invece, al 20% per chi realizza plusvalenze con la vendita di fabbricati e terreni agricoli acquistati da meno di cinque anni. Ricordiamo, poi, il mondo delle partite Iva, che sta sperimentando sempre più frequentemente la strada delle imposte sostitutive (ad ora 15% per chi rimane sotto un certo reddito annuale, 5% per chi inizia nuova attività). Infine, anche le imprese in regime ordinario – ditte individuali e società di persone – avranno la possibilità di optare per una flat tax: l’Iri, introdotta dall’ultima legge di Bilancio, allinea il prelievo sui redditi a quel 24% previsto dall’Ires per le società di capitali.
Tu cosa ne pensi della proposta di flat tax, sei favorevole o contrario, e con quale aliquota specifica? Facci sapere cosa ne pensi, avviamo un dibattito sulla questione!

17 luglio 2017

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