Reati tributari e responsabilità penale-amministrativa dell’ente: in arrivo una legge-delega in materia di IVA

15 maggio 2019

 

Reati tributari e responsabilità ‘penale-amministrativa’ dell’ente: in arrivo una legge-delega in materia di IVA

 

L’elenco dei reati-presupposto, fonti di responsabilità dell’ente ex D.Lgs. n. 231/2001 (“Decreto 231”), ad oggi non include alcun illecito penal-tributario.

Nonostante ciò – è bene ricordarlo – la commissione di illeciti tributari può rilevare indirettamente nel sistema delineato dal Decreto 231, quando rappresenti l’antecedente di fattispecie ‘a struttura aperta’, come quella di autoriciclaggio (art. 648-ter c.p.) [1]. Potrebbe, quindi, rispondere ex Decreto 231 (in particolare ex art. 25-octies del Decreto), l’ente che riutilizzi nella propria attività imprenditoriale i risparmi di spesa derivanti dall’illecito tributario commesso a proprio vantaggio, in modo da ostacolare concretamente l’identificazione della provenienza delittuosa.

Inoltre, l’ente può essere comunque significativamente inciso da misure penalistiche nell’ambito del procedimento incardinato contro la persona fisica a cui l’illecito sia attribuito. Secondo la più autorevole giurisprudenza della Corte di Cassazione, infatti, la confisca diretta del profitto di reato è possibile anche nei confronti di una persona giuridica per le violazioni fiscali commesse dal legale rappresentante o da altro organo della persona giuridica nell’interesse della società, quando il profitto o i beni direttamente riconducibili a tale profitto siano rimasti nella disponibilità della persona giuridica medesima (cfr. sentenza S.U. Cass. n. 10561/2014). Si tratta però di una misura di sicurezza operante esclusivamente nei limiti suindicati, per i profitti immediatamente riconducibili all’illecito tributario, che nulla implica in termini di responsabilità e di sanzioni per l’ente.

Al di là di quanto appena considerato, l’irrilevanza, ai sensi del Decreto 231, dei reati tributari è stata – sin dall’entrata in vigore del decreto stesso – una (discussa) certezza normativa.

Certezza che pare procinto di essere superata – almeno parzialmente – in base ad input del diritto dell’Unione Europea.  Vedremo, di seguito, in che termini.

È in corso di esame alla Commissione Permanente Politiche dell’Unione Europea del Senato un Disegno di Legge (n. 1201 del 26 settembre 2018 – “DDL”) recante disposizioni di attuazione della Direttiva n. 2017/1371 del 5 luglio 2017, relativa alla lotta contro le frodi che ledono gli interessi finanziari dell’Unione Europea (“Direttiva”).

La Direttiva, da attuarsi entro il 6 luglio 2019, prevede – tra l’altro – l’obbligo di criminalizzazione delle condotte, realizzate in sistemi fraudolenti transfrontalieri, consistenti nel: (i) l’utilizzo o nella presentazione di dichiarazioni o documenti falsi, inesatti o incompleti relativi all’IVA; (ii) la mancata comunicazione di un’informazione relativa all’IVA in violazione di un obbligo specifico; (iii) la presentazione di dichiarazioni esatte relative all’IVA per dissimulare in maniera fraudolenta il mancato pagamento o la costituzione illecita di diritti a rimborsi dell’IVA (cfr. artt. 6 e 3 comma 2 lett. d) della Direttiva)

Si prospetta dunque l’estensione del catalogo dei reati-presupposto almeno alle seguenti fattispecie:

  • dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti (art. 2 D.Lgs. 74/2000);
  • dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici (art. 3 D.Lgs. 74/2000).

Da sottolineare però che l’ambito applicativo della Direttiva è limitato alle frodi IVA connotate da “gravità”, da intendersi come tali quelle a carattere transfrontaliero, che superino l’ammontare di 10 milioni di Euro di danno complessivo (art. 2 comma 2 della Direttiva), dovendosi considerare per “danno complessivo” il “danno stimato che derivi dall’intero sistema fraudolento sia per gli interessi finanziari degli Stati Membri interessati sia per l’Unione, escludendo interessi e sanzioni” (Considerando n. 4 della Direttiva).

Per considerazioni più approfondite occorre però attendere l’approvazione della legge delega e, soprattutto, il testo del decreto legislativo delegato, posto che – per ora – né la Relazione Illustrativa né le disposizioni del DDL specificano i criteri di “gravità” sopra citati e le fattispecie penali rilevanti, qualificando genericamente come “doveroso l’ampliamento del catalogo dei reati presupposto della responsabilità degli enti collettivi ex D.Lgs. 231/2001 alle frodi in materia IVA” (Relazione Illustrativa) e delegando, con ampio margine di discrezionalità, il Governo ad “integrare le disposizioni del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, recante disciplina della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica, prevedendo espressamente la responsabilità amministrativa da reato delle persone giuridiche anche per i reati che ledono gli interessi finanziari dell’Unione europea e che non sono già compresi nelle disposizioni del medesimo decreto legislativo” (art. 3 lett. e) del DDL).

Si tratta di un’evoluzione normativa da sorvegliare con estrema attenzione, sia per l’impatto che produrrà in termini di oneri di adeguamento dei Modelli di Organizzazione, Gestione e Controllo ex Decreto 231, sia per le prospettive che potrebbe aprire iure condendo.  La riforma – rompendo un ‘tabù’ normativo – potrebbe infatti spingere il Legislatore a valutare l’opportunità di ricomprendere anche altre aree del comparto penale-tributario nel sistema punitivo degli enti.

[1] La conclusione è però discussa, in quanto potrebbe portare ad un’estensione indiscriminata del sistema punitivo del Decreto 231. In merito, la posizione di Confindustria evidenzia come “se il reato-base consistesse in un reato presupposto della responsabilità ai sensi del Decreto 23, il Modello Organizzativo dovrebbe già prevedere presidi ad hoc e quindi non necessiterebbe di uno specifico aggiornamento. Viceversa, qualora il delitto base dell’autoriciclaggio non rientrasse tra quelli presupposto elencati nel Decreto 231 [come nel caso dei reati tributari] la sua inclusione nelle aree di rischio da considerare ai fini della costruzione del Modello Organizzativo, contrasterebbe con i principi di legalità e determinatezza che il Decreto 231 applica ai Modelli stessi” (Circolare n. 19867 del 12 giugno 2015, p. 3)

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