Obblighi organizzativi ex art. 2086 comma 2 c.c., strumenti di allerta della crisi e compliance 231: una prospettiva integrata

25 luglio 2019

 

L’emersione anticipata della crisi

Il nuovo Codice della Crisi d’Impresa (D.Lgs. n. 14/2019 – di seguito anche “Codice della Crisi”) è stato varato con l’obiettivo dichiarato di stimolare le imprese ad affrontare la crisi prima che questa raggiunga stadi patologici estremi, nella prospettiva di privilegiare soluzioni che garantiscano la continuità aziendale rispetto a quelle liquidatorie [1].

Gli strumenti approntati dal Legislatore per raggiungere tali obiettivi sono fondamentalmente due, tra loro coordinati:

  • l’obbligo organizzativo di cui all’art. 2086 comma 2 c.c., già – ad oggi – vigente;
  • gli strumenti di allerta, che entreranno in vigore il 15 agosto 2020.

Gli assetti organizzativi adeguati per la prevenzione della crisi ex art. 2086 c.c.

Ai sensi del nuovo articolo 2086 comma 2 c.c.[2], l’imprenditore, che operi in forma societaria o collettiva, deve:

  • istituire un assetto organizzativo, amministrativo e contabile adeguato alla natura e alle dimensioni dell’impresa, anche in funzione della rilevazione tempestiva della crisi dell’impresa e della perdita della continuità aziendale;
  • attivarsi senza indugio per l’adozione e l’attuazione di uno degli strumenti previsti dall’ordinamento per il superamento della crisi e il recupero della continuità aziendale.

La norma impone, quindi, la definizione di un complesso di strumenti e procedure organizzative idonee a rilevare la crisi prima che questa si materializzi nella sua irreparabilità, imponendo – inoltre – di attivarsi immediatamente ai primi segnali di crisi. Si tratta, in sintesi, di rafforzare i sistemi di controllo interno, orientandoli al recepimento delle difficoltà economiche-finanziarie prima che queste sfocino in un vero e proprio stato di insolvenza.

Tali obblighi incombono innanzitutto sugli amministratori. All’organo di controllo spetta il compito di vigilanza sull’adempimento di quanto sopra[3].

Gli strumenti di allerta

Gli strumenti di allerta sono, invece, oneri di segnalazione della crisi, posti a carico degli organi di controllo societario (collegio sindacale, sindaco unico, revisore contabile) e di creditori pubblici qualificati (Agenzia delle Entrate, INPS, agente di riscossione).

Si applicano ai debitori che svolgono attività imprenditoriali, anche organizzati in forma collettiva, escluse le grandi imprese, i gruppi di imprese di rilevante dimensione, le società con azioni quotate in mercati regolamentati.

Gli organi di controllo societari e gli indicatori della crisi

Più nello specifico, gli organi di controllo societari verificano la sussistenza di indicatori della crisi allertando in primis l’organo amministrativo. Quest’ultimo, non oltre trenta giorni dall’allerta, deve riferire in ordine alle iniziative di riorganizzazione aziendale intraprese (eventualmente con il supporto dell’OCRI) per fronteggiare la crisi. In caso di omesso o inadeguato feedback da parte dell’imprenditore, gli organi di controllo informano l’OCRI, il quale – verificata la sussistenza della crisi – procede con il debitore in vista di una soluzione concordata con i creditori. In merito, occorre peraltro sottolineare che, ai sensi dell’art. 14 comma 4 del Codice della Crisi, “le banche e gli altri intermediari finanziari […], nel momento in cui comunicano al cliente variazioni o revisioni o revoche degli affidamenti, ne danno notizia anche agli organi di controllo societari”, i quali – nella logica anticipatoria della riforma e considerati i propri stringenti obblighi di vigilanza – non potranno che attivarsi secondo la procedura di allerta.

Costituiscono indicatori di crisi (art. 13 Codice della Crisi):

  • squilibri reddituali, patrimoniali o finanziari da rapportarsi alle specifiche caratteristiche dell’impresa e dell’attività svolta;
  • ritardi nei pagamenti reiterati e significativi.

Il Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili è stato incaricato di elaborare, per ogni tipologia di attività, indici standard, da cui viene presunta la crisi d’impresa. Il singolo imprenditore può, però, in forza dell’art. 13 comma 3 del Codice della Crisi, discostarsi da tali indicatori standard, definendo – con l’apporto di un professionista indipendenteindici della crisi personalizzati, calibrati sulle specifiche caratteristiche della propria impresa.

La tempestiva segnalazione è incentivata da misure premiali nei confronti dell’imprenditore; misure consistenti – sostanzialmente – nella riduzione degli interessi e delle sanzioni tributarie, nonché nell’esclusione della punibilità per i reati fallimentari, quando il danno cagionato sia di speciale tenuità. Inoltre, è prevista l’esenzione di responsabilità dei sindaci per i danni causati all’impresa dall’inerzia degli amministratori a seguito della segnalazione.

I creditori pubblici qualificati e l’esposizione debitoria rilevante

D’altra parte, i creditori pubblici qualificati hanno l’onere di segnalare al debitore che la sua esposizione debitoria ha superato gli importi di cui al comma 2 dell’art. 15 del Codice della Crisi, con obbligo di regolarizzazione della propria posizione debitoria o, alternativamente, di presentazione di istanza di composizione assistita della crisi/procedura concorsuale, pena la segnalazione all’OCRI.

Una visione d’insieme – La gestione complessiva dei rischi d’impresa

La nuova disciplina della crisi d’impresa conferma l’approccio, già affermatosi con la riforma del diritto societario del 2003 e con il D.Lgs. n. 231/2001 in materia di responsabilità ‘penale-amministrativa’ degli enti, che normativizza le best practice aziendali quali requisiti di valutazione premiale.

Sempre più, infatti, nella prospettiva del legislatore, l’attività di risk management rappresenta il nodo centrale dell’organizzazione aziendale. Quest’ultima richiede un approccio sistemico capace di cogliere i profili di rischio d’impresa nella loro complessità, al fine di farvi fronte con procedure tra loro coordinate e dotate di effettività.

In tale orizzonte, l’adozione di un Modello di Organizzazione, Gestione e Controllo ex D.Lgs. 231/2001 (di seguito, “Modello 231”) può rappresentare una garanzia fondamentale per l’azienda che aspiri ad essere compliant anche con l’art. 2086 comma 2 c.c.

Ciò in quanto il Modello 231 declina i principi trasparenza e responsabilizzazione in quasi tutti i campi di operatività dell’impresa. Più nello specifico, la costruzione di un efficace Modello 231 non può prescindere da due attività necessarie anche per l’adozione di assetti organizzativi adeguati ex art. 2086 c.c. e, segnatamente:

  • la mappatura di rischi aziendali, anche legati alla gestione delle scritture contabili e dei flussi finanziari;
  • la definizione di protocolli decisionali basati sulla separazione delle funzioni.

Inoltre, l’Organismo di Vigilanza ex D.Lgs. 231/2001 può essere – di fatto – un supporto prezioso per l’organo di controllo, sempre più onerato dal Legislatore di responsabilità.

 

[1] Secondo la Relazione Illustrativa allo Schema del Codice della Crisi d’Impresa, p. 5: “L’importanza di questo obiettivo è molto evidente poiché le possibilità di salvaguardare i valori di un’impresa in difficoltà sono direttamente proporzionali alla tempestività dell’intervento risanatore, mentre il ritardo nel percepire i segnali di una crisi fa sì che, nella maggior parte dei casi, questa degeneri in vera e propria insolvenza sino a divenire irreversibile

[2] Disposizione applicabile alle società a responsabilità limitata in forza del rinvio dell’articolo 2475 c.c.

[3] Più specificamente, in caso di organo amministrativo delegato, spetta a quest’ultimo:

(i) definire l’assetto organizzativo (iI) valutare il prevedibile andamento della società; (iii) valutare l’equilibrio finanziario e la sostenibilità del debito. In tal caso il Consiglio di Amministrazione ha la funzione di valutare l’adeguatezza degli assetti organizzativi predisposti dall’organo delegato, sulla base delle informazioni ricevute.

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