La costituzione di parte civile. Tra aperture giurisprudenziali e criticità

04 giugno 2019

 

La costituzione di parte civile contro l’ente: tra aperture giurisprudenziali e criticità

Il Tribunale di Trani, con l’ordinanza del 7 maggio 2019, si è espresso a favore della costituzione di parte civile contro l’ente incolpato del reato ex D.Lgs. n. 231/2001 (di seguito, “Decreto 231”), così ponendosi in contrasto con la prevalente giurisprudenza della Corte di Cassazione (cfr. Cass. Pen. n. 2251/2011; Cass. Pen. n. 3786/2014).

L’ordinanza revoca una decisione del Giudice dell’Udienza Preliminare che si era pronunciato per l’inammissibilità della costituzione, in aderenza alla prevalente giurisprudenza di legittimità.

Il fulcro del percorso argomentativo tracciato dal giudice di merito per sconfessare gli autorevoli precedenti si sviluppa a partire dalla constatazione che il reato-presupposto commesso dal soggetto appartenente all’ente è “qualificabile come ‘proprio’ anche della persona giuridica”.

In quanto direttamente rimproverabile all’ente (per c.d. ‘colpa d’organizzazione’), la commissione del reato potrebbe – dunque – ben fondare una pretesa risarcitoria a norma dell’art. 185 c.p., come richiamato dall’art. 74 c.p.p. La citata disposizione del codice di rito – precisa la Corte – sarebbe applicabile senza difficoltà, posto che lo stesso Decreto 231 sancisce una generale estensione all’ente delle norme del procedimento penale (art. 34 Decreto 231), non essendo prevista alcuna deroga normativa riguardante la costituzione di parte civile.

A supporto di questa tesi “estensiva”, soccorrerebbero ulteriori indici normativi: quelle disposizioni del Decreto 231 che, nel quadro del sistema di responsabilità ‘penale-amministrativa’ dell’ente, si riferiscono al danno derivante dal reato-presupposto nonché al danneggiato (a mero titolo esemplificativo, l’articolo 12 che prevede una riduzione della sanzione pecuniaria se il danno patrimoniale è di particolare tenuità o l’ente abbia attuato condotte riparatorie).

Si tratta certamente di una decisione originale[1] e significativamente argomentata che però presenta varie criticità.

In particolare, da un punto di vista sostanziale, non si vede come l’illecito amministrativo possa causare un danno civilistico diverso, autonomo, ulteriore rispetto a quello derivante dal reato commesso dalla persona fisica, la quale è – certamente ed in prima battuta – tenuta al risarcimento ex art. 185 c.p.

In tale quadro e nel silenzio del legislatore del Decreto 231, la soluzione più semplice e convincente appare quella adottata dalla Corte di Cassazione[2], che sottolinea come il danneggiato possa chiamare l’ente a rispondere dei danni derivanti dal reato, in solido con l’autore, quale responsabile civile ex art. 83 c.p.p.

[1] Per altri precedenti in tal senso si vedano: Corte d’Assise di Taranto, Ord. del 4 ottobre 2016; Ufficio GIP di Milano 9 luglio 2009.

[2] Cfr. Cass. Pen. n. 2251/2011.

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